Le Troiane di Euripide
Le Troiane di Euripide
Infelice, sollevati da terra, leva e drizza la testa, Troia non esiste più, tu non sei più regina. Rassegnati: la fortuna ha mutato il corso, naviga secondo la corrente e il destino.” In un paesaggio lunare, le prigioniere si aggirano tra le macerie di una città che non c’è più. Frammenti di quotidianità, tracce di vita normale, sepolte da tonnellate di calcinacci e rifiuti. Sangue sui muri, animali morti nelle vie, carcasse irriconoscibili e corpi umani bruciati, pozze di fango e rottami, polvere nei polmoni. In città vige il coprifuoco e non c’è alcuna via di fuga. Tutto è perduto. Tutto diviene cenere, fumo vacuo. La speranza di un futuro migliore affoga nell’abisso irrimediabile della guerra. "In te Ettore avevo trovato il marito ideale, spiccavi per intelligenza, stirpe, ricchezza, valore: mi hai presa, vergine, dalla casa di mio padre e mi hai conosciuta per primo nel talamo nuziale.” La sconfitta, la deportazione, la morale tradita, l’innocenza perduta; l’umanità deraglia inesorabilmente e sotto un cielo di piombo fuso si svolgono le vicende dell’innocente Astianatte, di Andromaca, di Elena, delle donne troiane. Le donne Troiane sono creature ormai esauste, sospese in un limbo, senza più riferimenti familiari, bloccate per sempre sulle spiagge di Troia, costrette ad accettare ciò che non si può accettare e spinte con violenza ad entrare nel letto dei loro carnefici. Sono donne sfinite, insonni, digiune, trasformate in creature di terra, polvere e fango. Erano donne fiere, con una storia gloriosa, mogli di eroi. Oggi sono esseri fragili, affogati nella nostalgia, esposti al freddo, alla notte, al ludibrio dei nemici. Esistere, per loro, significa sopravvivere. Ma qui siamo a Troia, in terra maledetta: il tempo è infinito, l’orizzonte ristretto e tutto precipita nel vuoto. Penso ad una scenografia composta da macerie. Una città bombardata, tra le cui rovine si accampano le donne troiane, impegnate in un’ultima disperata resistenza. Lo spettatore deve pensare ad un’attualità perturbante e sconvolgente. Qualcosa di incredibile, un nuovo olocausto, che sta accadendo oggi, sotto gli occhi della “civile Europa”, con la complicità di alcuni discutibili governanti mondiali. Sulla pelle di donne e bambini, vengono accordate spartizioni, vengono stipulati accordi economici, si vendono organi, cadaveri, posizioni sociali, anime e destini. Viviamo tristi giorni. Il sentimento diviene merce di scambio, prodotto, la lealtà viene cancellata, la viltà, la sottomissione alle regole del gioco e il compromesso vengono innalzati a modus vivendi, nei nostri occhi manca la forza della poesia, della cultura, della sincerità. Le nostre giornate sono affollate di tribune politiche, compravendite elettorali, pornografie del sentimento, identità svendute, volgarità di ogni tipo. L’aggressività e la rabbia divorano l’uomo dei nostri giorni. Mancano la nobiltà, la dignità, il coraggio. Anche l’arte è stata comprata. Più che mai il teatro, ridotto ad un mondo di cortigiani compiacenti (con pochissime eccezioni) interessati più al potere che alla poesia e alla storia dell’uomo. Il luogo del vero confronto, dell’energia e dell’arricchimento interiore, è stato tramutato in uno dei tanti luoghi dell’invidia, del cinismo, della vendetta, della meschinità, del livore, dell’attacco personale. E’ più che mai necessario andare lontani, alla ricerca di un confine, una spiaggia ancora intatta, non calpestata da piede umano, dalla viltà e dalla volgarità, per cercare una luce ancora possibile, per ritrovare la serenità di uno sguardo puro, leale, franco. Per poter sperare ancora in un’altra possibilità, un’altra realtà, retta da regole nuove, da altri valori, ormai impossibili da attuare nel nostro piccolo mondo corrotto, confuso e ferito a morte. Nel mio allestimento tenterò di potenziare tutti i mezzi espressivi per toccare le corde della più profonda emotività di questi personaggi davvero complessi: recitazione, luci, costumi, musiche, scenografia, tutto concorrerà al raggiungimento di un unico obiettivo: il centro del petto di tutte le personae del dramma. La loro emotività più sconvolgente. Come in tutta la tragedia greca, ci troviamo in assenza di psicologia: tutti i personaggi Della tragedia sono emotività pura, fragilità, tensione, potenza e peso scenico. Non c’è in loro nulla di borghese. Non ci sono mezzi termini; sono nudi di fronte agli spettatori. Ognuno di loro possiede una porzione di verità, ma l’unico vero detentore del quadro complessivo, alla fine, sarà lo spettatore.
10/07/2026 ─ 12/07/2026 | 2 Eventi
da 18.00 €
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Prometeo Incatenato di Eschilo
Prometeo Incatenato di Eschilo
Prometeo Incatenato di Eschilo Prometeo ladro del fuoco, nemico degli dei, Prometeo amico degli uomini, portatore di luce, Prometeo vittima e colpevole, creatura del passato e del futuro. Prometeo il tracotante. In una terra desolata, in un tempo mitico, in cui la realtà è dominata dai Titani, in cui gli dei determinano i destini del tempo e dello spazio, Prometeo osa opporsi a Zeus, il nuovo dio assoluto. Lo scontro fra Prometeo e Zeus è spaventoso, inimmaginabile. E’ una vera crisi sacrificale. Proprio come Cristo, Prometeo soffre a causa degli uomini, proprio come lui subisce una punizione esemplare ed ingiusta. Il mito di Prometeo è filo conduttore dell’intera filosofia e cultura dell’Occidente e fissa il passaggio decisivo della preistoria umana, il momento in cui l’umanità passa dall’oscurità, dalla paura, dall’incertezza, alla luce e al futuro, alla nuova Era. Il fuoco è uno degli elementi sacri, insieme all’aria e all’acqua, ed è patrimonio esclusivo degli dei. Solo col fuoco gli uomini divengono veramente uomini. Sino a poco prima vivevano nel buio, nell’ignoranza, nella paura. Il fuoco non ha sconfitto la morte ma ha allontanato la paura della morte. Ma la conoscenza ha un prezzo e deve passare dalla sofferenza: solo così si può progredire. Zeus è per il radicale annientamento del genere umano, della razza degli effimeri, parassiti insignificanti, mentre Prometeo, attraverso il dono del fuoco, vuole donare loro una possibilità. Il fuoco è la scintilla divina che rende tutto possibile, che illumina la via. Il mito di Prometeo parla di noi, della condizione umana, della sua labilità, della sua duplicità, della sua ambivalenza e ci ricorda che il senso ultimo della nostra condizione è proprio il fatto di essere effimeri. L’illusione dell’identità, l’illusione dell’Io, il desiderio di unicità, la volontà di determinare il destino, di controllare gli elementi, crollano di fronte al mondo degli dei. La grandezza umana è risibile e certamente non si realizza attraverso la tracotanza, ma attraverso una conoscenza realistica dei confini del sapere e del potere umano. Eschilo con grande maestria scava e illumina e passato e futuro reggono come archi di un solido ponte l’ora che scorre sulla scena. L’umanità che si rappresenta nel Prometeo è un’umanità degradata, compromessa, e il mondo degli dei è un mondo in declino, avviato verso un’inevitabile fine. Il tiranno alla fine cadrà. L’uomo di oggi si interroga su questioni fondamentali: esisterà un futuro per la vita umana oppure davanti a noi vi è solo una prospettiva catastrofica? Che ruolo giocheranno la scienza e la tecnologia in questa catastrofe, oggi viste esclusivamente come luce del futuro? Quale tributo si pagherà al progresso? La perdita della memoria e dell’identità? La degradazione dei valori e la trasformazione inesorabile in consumatori/consumati? Come si ripropone oggi, in tempi così difficili di intolleranza, razzismo e fondamentalismo, il tema del rapporto fra l’umano e divino? Prometeo è l’eroe del confine, della mediazione fra questi due mondi, così diversi. Terribile cosa è l’uomo. Ancor più terribile il mondo degli dei. Un grande maestro diceva che i testi antichi sono come segnali provenienti da stelle luminose ormai scomparse. Attualizzare questi testi e cercare a tutti i costi un rapporto diretto è come chiudere gli occhi sulla nostra contemporaneità. In questo momento di perdita di valori e di ideali, di degradazione e superficialità assoluta, di mancanza di dei e Titani, di incolmabile tracotanza umana, è assolutamente necessario confrontarsi con la parola antica, tentare di decifrare il riverbero luminoso proveniente da quelle stelle ormai scomparse, fermarsi sul ciglio della voragine, attendere, guardare la luce e riflettere sui nostri destini futuri. Per un istante. Solo per un istante.
11/07/2026 | 1 Evento
da 15.00 €
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Odissea, Verso Itaca
Odissea, Verso Itaca
Il senso della ricerca “Odissea” o “Verso Itaca” è il racconto di come è possibile riconquistare dal basso, dalla propria condizione di ultimo della società, la posizione di vertice nel proprio mondo, contando sulle proprie capacità, la propria esperienza, la propria intelligenza, per ridefinirsi come uomo. Non a caso “Uomo” è la prima parola dell’Odissea. Ulisse appare sempre come una figura in equilibrio precario tra verità e menzogna, secondo quella dimensione “obliqua” cara al pensiero greco, in cui la verità resta spesso inaccessibile. L’eroe attraversa consapevolmente questo confine: utilizza la menzogna per giungere alla verità, sia negli affetti che il tempo rafforza, così avverrà per Eumeo, Telemaco, il cane Argo, la nutrice Euriclea, Filezio e Penelope — sia nello smascheramento dell’inganno, dell’avidità e dell’ostilità altrui. Il poeta sembra dirci che pericolo non risiede soltanto nei viaggi o nelle battaglie, ma soprattutto nel ritorno in patria, ad Itaca, a cui non a caso Omero dedica ben 12 libri del poema, la metà esatta dell’opera. I pericoli si annidano ancora di più nella propria casa e forse anche oltre: il destino di Ulisse sarà quello di dovere ancora continuare il suo viaggio verso una nuova Itaca sconosciuta: “l’ignoto infinito che è dentro di noi”. Da èpos a dràma La messinscena si fonda su una precisa prospettiva drammaturgica. L’Odissea è épos, cioè la parola nella sua forma più alta, espressa in versi dal poeta, ma nell’opera sono già presenti i germi di sviluppi successivi: il romanzo d’avventura, il racconto di formazione, la figura dell’eroe che ristabilisce la giustizia e soprattutto il teatro che i greci chiamavano dràma. Nel poema si manifesta infatti il nucleo originario dell’arte della finzione: proprio come in teatro, dove “tutto è finto, ma nulla è falso”, l’oscurità della menzogna fa emergere la verità degli affetti che venti anni di distanza non intaccano, anzi esaltano, e la verità degli inganni, di chi ha covato rapporti ostili, fatti di avidità, prevaricazione e violenza. Il protagonista, esattamente come un attore, assume molteplici identità fino a fingersi ad Itaca uno straniero cretese, ma Ulisse non sarà mai falso e alla fine si rivelerà a tutti per chi veramente è. In questa prospettiva, la figura dell’attore-narratore si pone come tramite tra parola detta e parola agita. Il progetto esplora precisamente questo passaggio: il momento in cui il poema si trasforma in azione scenica e l’epica diventa teatro, restituendo vita a una delle più alte narrazioni della tradizione occidentale. Alfonso Veneroso
13/07/2026 | 1 Evento
da 10.00 €
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